La consulenza tecnica nell’ambito dell’arbitrato rituale

la consulenza tecnica in tema di arbitrato nell'ordinamento italiano

La consulenza tecnica in tema di arbitrato è prevista dall’art. 816ter, comma 5, codice civile, secondo cui “gli arbitri possono farsi assistere da uno o più consulente tecnici. Possono essere nominati consulenti tecnici sia persone fisiche sia enti”.

Preliminarmente, deve sin da subito chiarirsi che la consulenza tecnica può servire all’arbitro solo per la valutazione di fatti già provati, per cui essa non può essere utilizzata per superare l’onere della prova e cioè per esonerare la parte dall’offrire la dimostrazione di quanto assume.

La scelta di avvalersi dell’opera di un consulente, così come la relativa indicazione, può essere stabilita a priori, nello stesso accordo compromissorio, o durante il procedimento ma può anche essere predeterminata dal regolamento arbitrale, in caso di arbitrato amministrato.

La fase dell’ammissione della consulenza tecnica, nell’arbitrato, non si scosta molto da quanto avviene di fronte all’autorità giudiziaria, essendo pacifico che anche l’arbitro è perfettamente libero di ammettere o meno la consulenza tecnica e di provvedervi ad istanza di parte o d’ufficio.

Può essere nominato consulente qualunque soggetto (persona fisica o ente) ritenuto idoneo a tale scopo e in particolare, non vi è alcun obbligo di attribuire l’incarico ad un esperto iscritto negli albi ufficiali presso il tribunale di riferimento.

La consulenza tecnica viene disposta con un provvedimento del collegio arbitrale, con il quale di regola dovrebbe essere assegnato alle parti un termine per l’eventuale nomina dei propri consulenti. Nonostante, però, l’arbitro abbia la facoltà di nominare il consulente tecnico, tuttavia, non potrà mai costringerlo, non solo a giurare ma neppure ad accettare l’incarico.

Il consulente rimane un ausiliario privato del collegio arbitrale e non acquista, come avviene nel processo ordinario, la qualifica di ausiliario pubblico. Per le stesse ragioni, eventuali responsabilità del consulente dovrebbero essere non già riconducibili alle fattispecie penali (artt. 64 c.p. e 366 e 373 c.p.), bensì piuttosto regolamentate sulla base della sola disciplina civilistica.

Secondo l’opinione prevalente in dottrina, inoltre, non vi sono ostacoli a ritenere applicabile, alla consulenza tecnica in tema di arbitrato, la disciplina di cui all’art. 192 c.p.c., relativa alle ipotesi di astensione e ricusazione del consulente. Le parti, quindi, possono ricusare il consulente nominato dall’arbitro, per le ragioni indicate all’art. 51 c.p.c.

 

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